Noneracolpamiaversione 3.7.2
Chiedimi perdono per come sono perché è così che mi hai voluto tu.

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Mi trovo a correre su quella sabbia morbida, bagnata. Mio padre sembra non accorgersi dei miei spostamenti. Scandaglia la spiaggia cercando conchiglie che conserverà e catalogherà scrupolosamente. Io ho le scarpe impregnate d'acqua salata, e lui si prende gioco di me, stringendo quei suoi pezzi da collezione tra le mani. Mi mostra soddisfatto la più grande. Poi la infila in tasca, insieme con le altre. Ha le tasche piene di conchiglie e abbozza un sorriso quando lo invito a seguirmi. Mi raggiunge continuando a parlare e mi guarda con curiosità. Si diverte. Il vento ha modellato gli alberi. Li ha piegati con la sua violenza. Con la sua costanza.
Sette uomini in nero a produrre musica e parole. Il mio sguardo é rivolto verso il basso, sui cappelli scuri e sul palco illuminato. Chiudo gli occhi per un attimo. Guardo alla corsa e alla premura. A lei che mi mi segue veloce, con quei suoi occhi grandi e quella sua enorme curiosità. Le note mi arrivano lente, ovattate. Mi arrivano malinconiche. La gente nel frattempo applaude divertita, canta a gran voce e sbatte forte i piedi sul parquet. Penso che nulla in quel momento mi appartenga. Riguardo lei e il suo interesse per quel teatro semi-vuoto. La vedo scattare qualche foto, più per noia che per divertimento. E il suo sorriso mi appare più spento, infinitamente più lontano. Paradossalmente irraggiungibile. Due giovani confabulano al secondo ordine di palchi. Poi guardano nella mia direzione. Ricambio lo sguardo senza alcun interesse.
Le scarpe slacciate e due sagome sulla porta. Occhi chiari che provano a spiegare. Occhi scuri che non cercano spiegazioni. È un puzzle da ricomporre faticosamente. Una partita a scacchi da vincere e perdere. Ripercorro i ricordi, ricompongo i pezzi. Rileggo frasi sussurrate con lo sguardo e complici attenzioni mai svelate. Riconosco l’ingenuità, l’inconsapevolezza, le lacrime di chi crede di combattere una guerra. Mi sveglio con i pugni che fanno male. Perché fa male, fa molto male. Anche quando sorridi.
Sfoglio le pagine. Cerco quelle foto. Se dimenticare è difficile, cancellare diventa un peccato. È una rivisitazione che non lascia spazio ai colori di primavera. Il mare, e la natura greca. Penso allo spazio di un’inquadratura. All’angolo giusto, mentre sorridi della mia concentrazione. E questa strana scelta, infine. Come se nulla fosse stato. Come se di nulla si fosse discusso. Come se cancellare servisse a qualcosa, proprio in questo modo, proprio adesso, che è tutto così lontano.
Affondo un piede nel fango, mentre cerco un passaggio tra i cespugli. L'autista mi guarda, con i suoi occhietti sporgenti e assonnati. Gli porgo la mia valigia. La sistema in modo ordinato e ne afferra subito un'altra. Grugnisce qualcosa, quando gli chiedo conferma della destinazione.
Mi segue con lo sguardo, trascinando il suo carrellino vuoto. Torno indietro di corsa per l’ultimo saluto. Fuori è buio, e piove. Mi domando se e quando rivedrò quegli occhi verdi. Non c’è futuro nel nostro presente, Claire, non ce ne sarà mai. Ripenso ai discorsi al Louvre, e poi ancora a quelli più recenti, sotto una palma che diventa familiare. Ti vedo zigzagare tra la gente, e corrermi incontro.
Guardo quelle ragazze con curiosità. Mi sembrano esaltate, più che allegre. Le due brasiliane non vestono come le altre, e osservano divertite la conversazione delle compagne. Due suore confabulano tra loro dietro occhialini tondi e pesanti.
Afferro la sua mano. L’auto avanza lenta nel traffico. Le nostre parole scivolano via calde e veloci.
Mi accorgo solo adesso d’un tramonto lontano dal mare. Due cani giocano sulla sabbia. E’ quel vento che spazza via le paure e disordina i capelli.
Sciolgo in bocca l'ennesima violetta. Fisso la strada, ormai ingoiata dalla nebbia. Il conducente si lamenta nervoso. Una deviazione ci trascina lontano.
E' stato detto che quest'anno sembra non finire mai. E che riserva sorprese, fino alla fine.
Non poteva che essere così, Parma. Fredda, poco accogliente. Bella come non l'avevo mai conosciuta. Cadevano le foglie, come d'autunno. E il cielo era basso e pesante, quasi minaccioso. Inauguro una moleskine con le sensazioni di un ritorno a casa. La chiamo casa, non per caso, ma con convinzione. La stessa che mi ha spinto a credere che ne valesse la pena. Ero un turista ieri, con lo zaino sulle spalle e al fianco di gente nuova. Perchè nuova volevo che fosse, come nuova doveva tornare ad essere quella casa che tempo fa, neanche troppo, sentivo quasi mia.